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Le epatiti virali sono malattie infettive che colpiscono il fegato e che possono manifestarsi in forma acuta o cronica. Gli agenti eziologici (cioè i microrganismi responsabili) sono virus chiamati, appunto, virus dell’epatite A, B, C, D, E (in sigla HAV, HBV, HCV, HDV, HEV.). I virus delle epatiti possono dare manifestazioni cliniche e alterazioni epatiche varie a seconda del tipo di virus, dell’entità dell’infezione e delle condizioni dell’individuo colpito.
Alcuni di questi, come i virus dell’epatite A ed E, si trasmettono per via oro-fecale e provocano epatiti acute, autolimitantesi, che si manifestano con ittero e con una sindrome influenzale più o meno intensa a seconda della carica virale (quantità di virus che ha attaccato l’organismo) e delle condizioni immunologiche dell’ospite (la capacità di difendersi dell’organismo attaccato). Solo raramente si verifica l’evoluzione verso una forma fulminante o a decorso molto grave.
Per gli altri virus dell’epatite (B, C, D), invece, la trasmissione avviene per via parenterale (con tale termine si intende una trasmissione attraverso via non intestinale, perlpiù con attraversamento della pelle, attraverso soluzioni di continuo come ferite e punture, da parte di sangue o secrezioni biologiche infette), parenterale inapparente (cioè senza una chiara soluzione di continuo della pelle), o per via sessuale. Quindi queste infezioni possono essere contratte mediante trasfusioni di sangue o emoderivati (specie se avvenute diversi anni fa, quando ancora non c’erano le strette misure di controllo applicate oggi e non si era identificato il virus HCV), manovre invasive (chirurgiche e non) che possono portare il sangue a contatto con strumenti infetti; oppure possono essere contratte mediante rapporti sessuali non protetti con individui infetti (che talora non sanno neanche di essere infetti).
Le epatiti B e C sono raramente sintomatiche nelle loro fasi iniziali, spesso vengono scambiate per banale influenza. Nel 10% delle epatiti B e nella quasi totalità delle epatiti C (85%) si va incontro a cronicizzazione, cioè al persistere dello stato infiammatorio del fegato per oltre sei mesi (condizione definita di epatite cronica) che nel tempo potrà condurre allo stadio irreversibile della cirrosi epatica. La persistenza del virus nell’organismo infatti mantiene il meccanismo per cui l’infiammazione e la risposta immunitaria del soggetto infettato determinano la distruzione e la sofferenza del tessuto epatico, il quale, oltre a perdere la sua capacità funzionale, rischia di commettere “errori” che possono portare alla formazione di tumori nel tentativo di riparare i danni subiti.
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